Il 75% dei giornalisti ritiene tuttora il comunicato stampa uno strumento indispensabile per confezionare articoli e notizie, secondo un’indagine del portale comunicatistampa.net. Tradotto: quando un ufficio stampa scrive una frase, dall’altra parte c’è un pubblico professionale che la legge davvero e la pesa. E la frase che pesa di più è quella in cui si dichiara conclusa una vicenda, perché il contrario di attualità non è una parola sola: sono tre, e scegliere quella sbagliata può trasformare un aggiornamento in un problema deontologico.
La risposta breve è questa: datato è il registro giornalistico, obsoleto è quello tecnico, superato è un giudizio di valore che chi scrive un comunicato farebbe meglio a lasciare agli altri. Il resto serve a capire perché, e che cosa impone la legge quando la notizia “superata” continua a esistere online.
Il comunicato che dichiara chiusa una vicenda ancora in prima pagina
Il caso è tipico e chi lavora in una redazione lo ha visto decine di volte. Arriva un comunicato che annuncia: la questione è “superata”, l’azienda invita a considerare archiviata la vicenda. Intanto, però, chi cerca il nome dell’azienda su Google trova ancora gli articoli originali in prima pagina, indicizzati, condivisi, citati. La notizia non è stata superata: è stata smentita, corretta o integrata, che è una cosa diversa, e la differenza sta tutta nella parola scelta.
Dichiarare “superata” una notizia ancora rilevante produce tre danni concreti. Il primo è di credibilità: il giornalista che riceve il comunicato può verificare in dieci secondi che la vicenda è ancora visibile e trattata, e la pretesa di archiviazione suona come un tentativo di cancellarla. Il secondo è giuridico: le notizie inesatte o incomplete non si cancellano con una dichiarazione, si rettificano, e finché la rettifica non c’è, il contenuto resta dovuto. Il terzo è lessicale, ed è quello che si può correggere subito: esiste una parola precisa per ogni situazione, e usarla costa zero.
Datato, obsoleto, superato: tre contrari per tre registri diversi
Chi cerca il contrario di attualità su un dizionario trova elenchi piatti di voci, come se fossero intercambiabili. In un testo vero non lo sono, perché ciascuna porta con sé un contesto d’uso che il lettore riconosce anche senza saperlo spiegare.
Datato è la scelta del cronista. Si applica a qualcosa che appartiene a un tempo passato e se ne porta i segni: un’indagine datata, un dato datato, una fotografia datata. Non giudica, colloca nel tempo. Per questo in un comunicato funziona: dire che “i dati diffusi a suo tempo risultano oggi datati” ammette che il contesto è cambiato senza insultare chi quei dati li aveva pubblicati.
Obsoleto viene dal latino obsolescere, cadere in disuso, e la sua casa naturale è il linguaggio tecnico: un macchinario obsoleto, un protocollo obsoleto, una versione del software obsoleta. In economia l’obsolescenza è la perdita di valore di un bene causata dal progresso tecnico, cioè qualcosa che smette di servire perché ne esiste una versione migliore. Applicato a una notizia suona freddo e un po’ pretenzioso, ma ha un uso preciso: descrive bene gli archivi che il web mantiene online senza aggiornamenti, quando una vecchia cronaca giudiziaria continua a danneggiare la reputazione di una persona assolta anni dopo.
Superato è la parola più scivolosa delle tre. Afferma che qualcosa di nuovo ha preso il posto del vecchio: una norma superata da una riforma, un’ipotesi superata dai risultati. Il problema è che chi lo scrive in un comunicato che riguarda la propria vicenda si assegna da solo il certificato di archiviazione, violando la regola più banale dell’ufficio stampa: mandare informazioni, non valutazioni. Il giudizio “superata” spetta a chi legge, non a chi ha interesse a chiudere la partita. Un comunicato che si autodefinisce superato dalla realtà dei fatti è credibile; uno che dichiara superata la realtà per decreto interno è solo un invito a controllare.
Tre frasi mostrano la differenza meglio di qualsiasi definizione. “Il rapporto del 2019 è datato: i numeri aggiornati sono questi” è un’informazione. “Il sistema di rilevazione usato allora è obsoleto” è una constatazione tecnica. “La polemica è superata” è un auspicio vestito da fatto, e il giornalista che lo legge lo tratterà come tale.
Che cosa impongono la legge del 1963 e la Carta dei doveri
La ragione per cui la parola conta è che la notizia “superata” non sparisce: resta online e va corretta. Lo stabilisce la legge n. 69 del 3 febbraio 1963, l’ordinamento della professione giornalistica, che all’articolo 2 prescrive: «Devono essere rettificate le notizie che risultino inesatte e riparati gli eventuali errori». Il verbo è rettificare, non rimuovere né archiviare.
La Carta dei doveri del giornalista, che riprende quella norma nella propria premessa, aggiunge due obblighi che chi scrive comunicati dovrebbe conoscere, perché definiscono il terreno su cui la sua richiesta di “archiviazione” atterra. Il primo: il giornalista «rettifica quindi con tempestività e appropriato rilievo, anche in assenza di specifica richiesta, le informazioni che dopo la loro diffusione si siano rivelate inesatte o errate». Il secondo riguarda la cronaca giudiziaria: in caso di assoluzione o proscioglimento va dato «appropriato rilievo giornalistico alla notizia, anche facendo riferimento alle notizie ed agli articoli pubblicati precedentemente». In pratica la vecchia notizia non viene cancellata: viene agganciata al suo esito.
Da qui discende la prassi consolidata per l’aggiornamento online: la correzione deve essere immediatamente visibile al lettore, nel titolo e nel contenuto, non sepolta in una nota a fondo pagina aggiunta settimane dopo. Per l’ufficio stampa questo cambia l’obiettivo del comunicato: non convincere la redazione che la vicenda è chiusa, ma darle gli elementi per aggiornarla in modo visibile e definitivo. Un comunicato che porta gli estremi della sentenza di assoluzione ottiene l’aggiornamento; uno che dichiara la polemica superata ottiene al massimo un sorriso.
Gli orari che decidono se l’aggiornamento arriva davvero
C’è poi una questione materiale che i manuali di lessico non trattano: quando si manda la rettifica. Le regole pratiche dell’invio valgono doppio per un aggiornamento, perché una correzione spedita all’ora sbagliata rischia di finire sotto la pila dei comunicati del giorno dopo e di non aggiornare niente. I punti di riferimento, per chi organizza l’invio:
- Dopo le ore 18: invio da evitare, la redazione che conta sta chiudendo la giornata e il comunicato si accumula con quelli della sera;
- Ore 23: il caso peggiore, l’urgenza tardiva segnala improvvisazione e il messaggio resta sepolto nella notte;
- Ore 8.30 del mattino seguente: la scelta consigliata, il comunicato programmato arriva quando la giornata redazionale si apre e c’è tempo per lavorarci.
Il criterio sotto questi orari è semplice: un aggiornamento è davvero urgente solo se lasciare la versione vecchia online un’altra notte produce un danno concreto, per esempio una notizia di sicurezza o sanitaria. Tutto il resto guadagna a essere spedito all’ora in cui qualcuno può leggerlo, verificarlo e pubblicarlo con il rilievo che la rettifica richiede.
Come si scrive il comunicato di aggiornamento, riga per riga
Chi riceve comunicati per mestiere è abituato a scorrerne molti e a leggerne pochi: la rettifica deve sopravvivere a quella scrematura. La struttura che funziona ricalca le 5W1H del giornalismo — chi, cosa, dove, quando, perché, come — con il nocciolo nelle prime righe, non nel terzo capoverso. Se la notizia è che l’indagine è stata archiviata, la prima riga dice che l’indagine è stata archiviata, con data e riferimento al procedimento; la ricostruzione della vicenda viene dopo, per chi vorrà approfondire.
Gli elementi che non devono mancare, in ordine:
- il fatto nuovo nella prima riga, con data e fonte documentale (sentenza, delibera, comunicato ufficiale);
- il richiamo esplicito agli articoli precedenti, così la redazione sa quali pezzi aggiornare;
- la parola giusta per lo stato della vicenda: datata, corretta, integrata, mai autoassolutoria;
- i contatti di una persona raggiungibile in calce, per le verifiche;
- l’invio mirato ai giornalisti che ricevettero la notizia originale, segmentando la lista invece di spedire a tutto il database.
L’ultimo punto è quello più trascurato e il più efficace. Le piattaforme di invio professionale consentono di creare segmenti di lista: spedire la rettifica solo a chi pubblicò o ricevette la notizia iniziale aumenta le probabilità di aggiornamento ed evita di riaprire la vicenda presso redazioni che non l’avevano mai trattata. Diffondere una “smentita” a chi non aveva mai sentito la notizia è il modo più rapido per farla conoscere.
Torniamo al comunicato arrivato in redazione, quello che dichiarava superata una vicenda ancora in prima pagina sui motori di ricerca. Con le stesse informazioni e parole diverse — la data dell’archiviazione in prima riga, il richiamo agli articoli da aggiornare, l’invio alle 8.30 ai soli giornalisti interessati — quella richiesta avrebbe ottenuto esattamente ciò che chiedeva. La differenza tra un aggiornamento pubblicato e un comunicato cestinato, il più delle volte, sta in un aggettivo.
Da leggere anche: Cucina bianca e legno, come riconoscere i sottotoni freddi e caldi prima di firmare l'ordine
Da leggere anche: La scienza che studia le cause e la natura delle malattie si chiama eziologia e studia molto più di un dizionario
Da leggere anche: Seguire l'attualità internazionale costa più di quanto sembra e l'attualità attenuata gratis ha un prezzo