Dall’amido di mais alla norma UNI EN 13432: le materie plastiche di origine naturale si chiamano bioplastiche

DiAnna Tauri

Ago 6, 2026
Shopper in bioplastica da amido di mais

In una gara per la fornitura di una mensa scolastica arrivano sullo stesso tavolo due piatti dall’aspetto identico: uno è di plastica tradizionale, l’altro di plastica compostabile, e a occhio non li distingue nessuno. Le materie plastiche di origine naturale si chiamano bioplastiche: sono polimeri, cioè lunghe catene di molecole, ricavati da materie prime vegetali come amido di mais, canna da zucchero o fibra di legno invece che dal petrolio. La risposta alla domanda è tutta qui; il problema vero, come vedremo, è che la parola “bio” viene usata per due cose diverse, e distinguerle richiede un documento, non l’istinto.

Le materie plastiche di origine naturale si chiamano bioplastiche

Bioplastica è un termine ombrello, e questa è la prima cosa da capire per non fare confusione. Sotto lo stesso nome finiscono infatti due famiglie che non sempre coincidono: le plastiche ricavate da fonti rinnovabili, come l’amido estratto dal mais o lo zucchero della canna, e le plastiche che a fine vita si degradano per azione dei microrganismi. Un materiale può appartenere alla prima famiglia senza appartenere alla seconda, e viceversa.

Il caso scolastico più citato è quello del bio-polietilene ricavato dalla canna da zucchero: chimicamente è identico al polietilene da petrolio, quindi dura altrettanto a lungo e si comporta altrettanto male se disperso nell’ambiente. È “bio” per origine, perché il carbonio delle sue catene arriva da una pianta invece che da un giacimento, ma il suo fine vita è quello di una plastica qualsiasi. Chi compra uno shopper o una stoviglia credendo che “naturale” equivalga a “che sparisce nel terreno” sta sommando due proprietà che il produttore non ha mai promesso insieme.

All’opposto esistono plastiche completamente biodegradabili prodotte a partire dal petrolio: la struttura chimica delle loro catene è costruita in modo che i microrganismi riescano a spezzarla, anche se la materia prima è fossile. È il paradosso che smonta l’equazione naturale uguale degradabile: l’origine e il destino di un polimero sono due schede separate, e vanno lette entrambe.

Le materie plastiche di origine artificiale si chiamano plastiche convenzionali

La domanda speculare ha una risposta meno elegante: le materie plastiche di origine artificiale si chiamano semplicemente plastiche convenzionali, o petrolchimiche, e sono quelle che riempiono la quotidianità da decenni. Polietilene per i sacchetti e i flaconi, polipropilene per i tappi e i contenitori da microonde, PET per le bottiglie, PVC per i tubi e i serramenti, polistirene per gli imballaggi protettivi: tutti questi nomi indicano polimeri sintetizzati dal petrolio o dal gas naturale attraverso processi industriali che la chimica di base non trova in natura.

“Artificiale” in questo contesto non è un giudizio di merito ma una constatazione di laboratorio: quelle catene molecolari non esistono negli organismi viventi, e gli enzimi dei batteri del suolo non le riconoscono come cibo. È per questo che un sacchetto di polietilene abbandonato resta integro per tempi lunghissimi, mentre una foglia o un pezzo di legno scompaiono in una stagione. La distinzione tra naturale e artificiale, in fondo, è una questione di menu microbico.

Tre parole da tenere separate: biobased, biodegradabile, compostabile

Il lessico minimo per leggere un’etichetta senza farsi ingannare sta in tre voci, che nella pratica vengono mescolate di continuo.

Biobased (in italiano si direbbe “a base biologica”) descrive l’origine: una quota del carbonio del materiale proviene da biomassa vegetale invece che da fonti fossili. L’esempio già visto del polietilene da canna da zucchero è perfettamente biobased e perfettamente persistente. Il tranello semantico è che la parola suona come una garanzia ecologica completa, mentre certifica solo il punto di partenza.

Biodegradabile descrive il fine vita: il materiale può essere scomposto dai microrganismi in acqua, anidride carbonica e biomassa. Da sola, però, questa parola non dice in quali condizioni avviene la scomposizione né in quanto tempo, ed è il motivo per cui una dicitura generica di biodegradabilità su un prodotto vale poco senza un riferimento tecnico che la inquadri.

Compostabile è il gradino più alto: il materiale si biodegrada in un impianto di compostaggio insieme ai rifiuti organici, entro i tempi del ciclo industriale, e quel che resta non risulta tossico se disperso in natura. È questa la caratteristica che interessa a chi gestisce la raccolta dell’umido, perché il sacchetto compostabile può seguire gli scarti di cucina nel bidone marrone invece di finire tra i rifiuti da separare.

Quattro esempi concreti, dall’amido di mais all’acetato di cellulosa

Le bioplastiche che si incontrano davvero sul mercato italiano si contano sulle dita di una mano, e ciascuna ha una storia precisa. Le plastiche da amido di mais sono nate in Italia: negli anni Novanta un gruppo di ricerca guidato dalla chimica Catia Bastioli le ha sviluppate fino a farne una famiglia commerciale, il Mater-Bi, oggi diffuso in shopper, sacchetti per la raccolta dell’umido e stoviglie per la ristorazione. Il produttore dichiara tutti i suoi gradi conformi alla norma europea sulla compostabilità: è un esempio di prodotto di mercato, utile per capire come si presenta in etichetta una bioplastica documentata.

L’amido di mais è anche il materiale più accessibile in assoluto: il gruppo Material Design Culture del Politecnico di Milano ha analizzato un procedimento, replicabile con prodotti domestici, per ricavare una piccola lastra di bioplastica in cucina. Il risultato è più didattico che industriale, ma dimostra un punto importante: la materia prima di una plastica naturale è un alimento, non un derivato di raffineria.

I PHA, sigla che sta per poliidrossialcanoati, sono polimeri prodotti per fermentazione: batteri alimentati con zucchero o glucosio li accumulano nelle proprie cellule come riserva energetica, e la tecnologia li estrae. Sono biobased e biodegradabili insieme, la combinazione più completa delle due proprietà. L’acetato di cellulosa, infine, deriva dalla fibra di legno ed è la più antica della famiglia: da base vegetale nasce, ma il suo comportamento a fine vita va verificato sul singolo oggetto, perché cambia con la formulazione.

Materiale Da cosa si ricava Origine naturale Compostabile
Plastiche da amido (Mater-Bi) Amido di mais Sì, se certificato UNI EN 13432
PHA Zuccheri, per fermentazione batterica
Acetato di cellulosa Fibra di legno Va verificato sul singolo oggetto
Bio-polietilene Canna da zucchero No
Alcune plastiche biodegradabili Petrolio No

Le ultime due righe della tabella sono quelle che fregano chi si ferma all’etichetta verde: un materiale vegetale che si comporta da plastica eterna e un materiale fossile che invece sparisce. Origine e compostabilità viaggiano su colonne diverse, e nessuna delle due si deduce dall’altra.

La prova documentale: la norma UNI EN 13432

Se l’aspetto, l’odore e il colore non dicono nulla, resta un solo strumento oggettivo per distinguere una plastica compostabile da una convenzionale: la conformità alla UNI EN 13432. È una norma armonizzata del Comitato europeo di normazione, nella versione recepita in Italia nel 2002, che fissa le caratteristiche che un materiale deve possedere per potersi definire biodegradabile e compostabile, comprese le prove di laboratorio e il requisito che la sostanza decomposta non risulti tossica se dispersa in natura.

La norma non è un dettaglio da tecnocrati: nei criteri ambientali minimi per la ristorazione collettiva, come riporta la mappa delle certificazioni curata dalla Regione Friuli Venezia Giulia, la conformità alla UNI EN 13432 compare come requisito per i materiali e gli oggetti destinati al contatto con gli alimenti. Tradotto in pratica, quando una scuola, un ospedale, una caserma o una mensa aziendale bandisce la gara per piatti, bicchieri e posate monouso, il fornitore deve presentare la certificazione, non una promessa di marketing. I due piatti identici dell’apertura si distinguono così: uno dei due ha un fascicolo.

Per chi compra, il controllo concreto si riduce a tre mosse:

  • cercare la scritta “compostabile” accompagnata dal riferimento alla UNI EN 13432, non da sola;
  • verificare la presenza di un marchio di certificazione rilasciato da un ente terzo, perché è quello a garantire che le prove siano state fatte davvero;
  • confermare la destinazione d’uso: un sacchetto certificato va nel contenitore dell’umido, dove il ciclo industriale di compostaggio può lavorarlo, non nel verde del giardino né nell’indifferenziata.

In fondo alla filiera c’è chi il materiale lo riceve davvero: l’impianto di compostaggio. Per l’operatore che apre i cassonetti dell’umido la discussione su naturale e artificiale si traduce in un gesto quotidiano, cioè decidere in pochi secondi cosa resta nella linea e cosa va scartato a mano, e l’unico aiuto che gli arriva dal produttore è quella scritta sulla norma. Un sacchetto ben certificato gli fa risparmiare tempo; uno generico, anche se onestamente vegetale, rischia di finire comunque tra gli scarti. La lettura dell’etichetta, insomma, decide la qualità del compost che esce dall’altra parte.

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Di Anna Tauri

Scrivo per creare connessioni. Questo è ciò di cui parlano la mia vita e le mie parole.